Capita che per lavoro parli con tante persone senza sapere che viso possano avere. Capita che io riesca a immaginarmi particolari che non saranno mai confermati. Secondo me i suoi capelli sono secchi come la sua voce. Secondo me usa le Birkenstock per andare al lavoro. Forse è giovane. Forse è acida. Forse è un bell'uomo. Capita che io debba dare notizie seccanti, capita che io debba essere fredda. Capita che qualcuno mentre parlo pianga al telefono. E' accaduto più volte. Donne. Io riesco solo a dire mi dispiace e nemmeno troppo bene.
Mi irrigidisco, alzo gli occhi al cielo. Mi sento truce. Mi sento distante.
Del resto è una frase che odio ma è l'unica da dire.
L'ultima volta che è stato detto a me ho pensato che non fosse vero. E non lo era.
Le lacrime al telefono sono scomode.
Sono dolore che non si vede e non si tocca, è quel tipo di sofferenza che si omette agli occhi.
E io non mi abituo mai. Chiudo la conversazione ripetendo le stesse parole.
Mi dispiace, non posso fare nulla.
La tizia respira dal naso, forse se lo soffia e mette giù.
Io rimango un attimo a pensare. Quello che a volte le persone cercano di trattenere esplode improvvisamente. Come quella volta che ho visto singhiozzare una ragazza sulla panchina fuori dal Conad, le lacrime cadevano sulle borse della spesa, le mani mischiavano il rimmel con i capelli. Forse si chiama disperazione, forse si chiama con una parola che non conosco, forse semplicemente noi donne abbiamo meno argini di quanto si possa pensare. Forse succede e basta.
E' il momento, il minuto, l'attimo. Si implode o esplode, poco importa.
Viene voglia di abbracciarla una cosa così, stringerla forte, coprirla con una coperta leggera, nasconderla, al mondo, per qualche minuto, per tutto il tempo che occorre.
Oggi ci sono delle nuvole grandi in cielo. Sembra si nascondano l'una sull'altra. I contorni si vedono solo all'estremità.
E dire che a volte dalle estremità si scappa.
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